Benvenuti nell'archivio della famiglia Pepi

Benvenuti nell'archivio della famiglia Pepi - Archivio Pepi | Archivio storico della famiglia Pepi – Firenze dal XI secolo

La famiglia Pepi è una delle nobili famiglie che hanno segnato la storia di Firenze medicea e lorenese. Le sue origini genealogiche risalgono all'XI secolo, quando il capostipite "Pepe" coniò il nome del casato: la famiglia sembra essere legata fin dalle origini al commercio delle spezie e in particolare al pepe. Secondo una tradizione consolidata, «i Pepi sarebbero originari dell'isola di Cipro e il loro cognome deriverebbe dall'aver detenuto in Firenze il monopolio del commercio del pepe». Alcuni studi hanno inoltre teorizzato legami di parentela con due grandi maestri della pittura italiana: Cimabue (al secolo Cenni di Pepo, 1240–1302) e Sandro Botticelli (Alessandro di Mariano Filipepi, 1445–1510).

Dalla dimensione mercantile il casato si affermò rapidamente anche sulla scena politica. La storia della Repubblica fiorentina porta il segno dei Pepi: illustri membri della famiglia ricoprirono incarichi istituzionali di primo piano, al servizio della comunità cittadina. Il casato fece parte della Signoria per ben ventinove volte — venticinque in qualità di Priori e quattro come Gonfalonieri di Giustizia — confermando nel tempo un ruolo di assoluto protagonismo nella vita pubblica di Firenze.

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The Pepi family is one of the noble families that shaped the history of Florence during the Medicean and Lorraine periods. Its genealogical origins date back to the eleventh century, when the founding ancestor "Pepe" gave rise to the family surname: the house appears to have been linked from the very outset to the spice trade, and above all to pepper. According to a well-established tradition, "the Pepis are believed to have originated from the island of Cyprus, their surname deriving from their having held in Florence the monopoly on the pepper trade." Some scholars have further theorised kinship connections with two great masters of Italian painting: Cimabue (born Cenni di Pepo, 1240–1302) and Sandro Botticelli (Alessandro di Mariano Filipepi, 1445–1510).

 

From its mercantile roots, the family rapidly established itself on the political stage as well. The history of the Florentine Republic bears the mark of the Pepis: distinguished members of the house held prominent institutional offices in the service of the city's community. The family sat on the Signoria no fewer than twenty-nine times — twenty-five as Priori and four as Gonfalonieri di Giustizia — confirming over time a role of absolute prominence in the public life of Florence.

Con l'affermarsi della famiglia Medici e la progressiva trasformazione di Firenze da Signoria a Granducato, i Pepi seppero consolidare il proprio ruolo attraverso una strategia duplice: l'eccellenza negli incarichi istituzionali e una lungimirante politica matrimoniale. Dal XVI al XVIII secolo il casato strinse legami con alcune delle famiglie più influenti del panorama fiorentino — i Ridolfi, i Medici, i Gondi, i Pecori, i Grazzini, i Niccolini — costruendo una rete di alleanze che ne amplificò il prestigio e le opportunità.

Figura di spicco di questa stagione è Ruberto Pepi (1572–1634): commerciante di spezie e tra i primi banchieri di Firenze, attivo al banco di via Ricasoli. La sua straordinaria vicenda personale è documentata in un manoscritto-memoriale ancora oggi conservato, oggetto dello studio di R. B. Litchfield Un mercante fiorentino alla corte dei Medici (Olschki, 1999). Nel 1608 Ruberto sposò Isabella de' Medici, appartenente a un ramo cadetto della famiglia granducale: un'unione che proiettò i Pepi al centro della società fiorentina e aprì l'accesso all'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano a tutti i membri del casato.

L'identità della famiglia si rispecchia nello stemma araldico del palo d'argento su campo rosso, presenza costante in tutti i luoghi legati alla sua storia: la Villa di Morulli (oggi Villa Bertolini Carrega) e la Villa Pepi presso Careggi; la Villa Pepi di Vigliano e i poderi di Torre all'Isola e delle Cetine presso Rignano sull'Arno; le proprietà nella lega di Cornetole in Mugello. A questi si aggiunge, dal 1653, Palazzo Berlinghieri in via dei Bonfanti — destinato a diventare nel corso del Settecento Palazzo Pepi, e a dare il nome all'attuale via dei Pepi.

Nei secoli i Pepi hanno intessuto un profondo rapporto spirituale con alcuni dei più importanti centri religiosi della città. Primo fra tutti la Basilica di Santa Croce, dove la famiglia conserva una tomba terragna nella pavimentazione della chiesa; seguono San Remigio e Santa Maria Maddalena de' Pazzi, entrambe custodi di una cappella di famiglia, e San Piero a Careggi.

Oggi il casato si articola in tre rami distinti. Dalla fine dell'Ottocento, i membri più recenti riposano nella cappella di famiglia al cimitero di San Miniato al Monte, e in parte nella cappella presso la Villa di Vigliano. Nel 2012, per iniziativa di Maria Luisa Pepi, è stato restaurato il tabernacolo della Madonna di San Giovannino all'incrocio tra via dei Pepi e via Ghibellina — un atto di cura verso la memoria familiare e, insieme, un dono alla città di Firenze.

La famiglia Pepi vive ancora oggi a Palazzo Pepi, dove al piano nobile è custodito l'Archivio di famiglia: una raccolta di documentazione amministrativa e genealogica che abbraccia oltre cinque secoli di storia, dal Cinquecento ai giorni nostri.


With the rise of the Medici family and the gradual transformation of Florence from a Signoria into a Grand Duchy, the Pepis consolidated their position through a twofold strategy: excellence in institutional roles and a far-sighted policy of matrimonial alliances. From the sixteenth to the eighteenth century, the house forged ties with some of the most influential families in the Florentine world — the Ridolfi, the Medici, the Gondi, the Pecori, the Grazzini and the Niccolini — building a network of alliances that greatly amplified its prestige and opportunities.

The outstanding figure of this period is Ruberto Pepi (1572–1634): spice merchant and one of Florence's earliest bankers, active at the bank in Via Ricasoli. His remarkable personal story is documented in an autobiographical manuscript that has survived to this day, the subject of R. B. Litchfield's study A Florentine Merchant at the Medici Court (Olschki, 1999). In 1608 Ruberto married Isabella de' Medici, a member of a cadet branch of the Grand Ducal family — a union that propelled the Pepis to the very centre of Florentine society and secured admission to the Order of the Knights of Santo Stefano for all members of the house.

The family's identity is reflected in its heraldic coat of arms — a silver pale on a red field — a constant presence in every place connected with its history: the Villa di Morulli (today Villa Bertolini Carrega) and Villa Pepi at Careggi; the Villa Pepi at Vigliano and the farms of Torre all'Isola and Cetine near Rignano sull'Arno; the holdings in the Cornetole district of the Mugello. To these is added, from 1653, Palazzo Berlinghieri in Via dei Bonfanti — destined to become, in the course of the eighteenth century, Palazzo Pepi, and to lend its name to the present-day Via dei Pepi.

Over the centuries the Pepis cultivated a deep spiritual bond with some of the city's most important religious institutions. First among them is the Basilica of Santa Croce, where the family holds a floor tomb set into the church's pavement; San Remigio and Santa Maria Maddalena de' Pazzi each preserve a Pepi family chapel, as does San Piero a Careggi.

Today the house is divided into three distinct branches. From the late nineteenth century onwards, the most recent members of the family have been laid to rest in the family chapel at the cemetery of San Miniato al Monte, and in part in the chapel at the Villa di Vigliano. In 2012, on the initiative of Maria Luisa Pepi, the tabernacle of the Madonna of San Giovannino — at the corner of Via dei Pepi and Via Ghibellina — was restored: an act of devotion to family memory and, at the same time, a gift to the city of Florence.

The Pepi family still lives at Palazzo Pepi today, where the family archive is preserved on the piano nobile: a collection of administrative and genealogical records spanning more than five centuries of history, from the sixteenth century to the present day.

La Famiglia Pepi: memoria, identità e patrimonio culturale nel cuore di Firenze

di Riccardo Sacchettini


Le origini: un casato tra commercio e potere politico

Le radici della famiglia Pepi affondano nell'XI secolo, quando un capostipite noto come "Pepe" gettò le fondamenta di quella che sarebbe diventata una delle dinastie più longeve e influenti della Firenze medievale e rinascimentale. Il cognome stesso racconta una storia imprenditoriale: secondo una tradizione consolidata, i Pepi erano originari dell'isola di Cipro e detennero in città il monopolio del commercio del pepe, spezia preziosa e simbolo di ricchezza nell'economia medievale. Alcuni studiosi hanno ipotizzato persino legami di parentela con due giganti dell'arte italiana: Cimabue (al secolo Cenni di Pepo, 1240–1302) e Sandro Botticelli (Alessandro di Mariano Filipepi, 1445–1510).

Nella Firenze dei comuni e delle fazioni, i Pepi scelsero il campo guelfo, unendosi — come molte famiglie mercantili — alla Torre dei Consorti sul Lungarno Acciaiuoli, struttura condivisa tra diciotto casati, tra cui i Baldovinetti, gli Adimari e i Mannelli. Fu tuttavia nella vita istituzionale che il casato espresse la propria forza: durante la Repubblica fiorentina, i Pepi fecero parte della Signoria per ben ventinove volte — venticinque come Priori e quattro come Gonfalonieri di Giustizia, a partire da Neri di Pepe nel 1301.

Figura di straordinario rilievo politico fu Francesco di Chirico di Giovanni Pepi, giurista, due volte Priore, due volte Gonfaloniere di Giustizia, Ambasciatore della Repubblica presso l'imperatore Massimiliano (1496) e presso papa Giulio II (1506). Nel dibattito costituzionale dell'era savonaroliana fu tra i principali artefici di una proposta innovativa: la creazione di un Senato di duecento-quattrocento membri che limitasse l'autorità del Consiglio maggiore, assicurando alle casate ottimatizie una presenza stabile nel governo. Un progetto che, pur non tradotto immediatamente in legge, indicò il percorso del futuro assetto istituzionale fiorentino.


L'ascesa: strategia matrimoniale e inserimento nell'élite medicea

Con il consolidarsi del potere mediceo e la progressiva trasformazione della Signoria in Granducato, i Pepi seppero adattare la propria strategia di affermazione, intrecciando la rete dei matrimoni con le famiglie più in vista del panorama fiorentino: Ridolfi, Medici, Gondi, Pecori, Grazzini, Niccolini. Una politica matrimoniale consapevole e lungimirante, che trasformò il patrimonio relazionale del casato in una risorsa strutturale, aprendo le porte alle più alte cariche del territorio.

Il caso più emblematico è quello di Ruberto Pepi (1572–1634), figura ampiamente studiata dalla storiografia. Figlio di Ruberto senior e di Dianora Ridolfi, ricevette una solida formazione letteraria prima di essere avviato al commercio nel banco Ricasoli. Da lì intraprese una straordinaria carriera internazionale: quattro viaggi ad Alessandria d'Egitto per conto della banca, poi, dal 1598, il ruolo di Scrivano di razione nelle galere dell'Ordine di Santo Stefano per concessione del Granduca Ferdinando I de' Medici. Seguirono missioni ad Algeri, Maiorca, Barcellona; la nomina a Luogotenente e Commissario delle Galere (1601–1603); infine il comando del galeone di San Giovanni Battista e Sant'Orsola nei viaggi verso la Spagna.

Rientrato a Firenze nel 1608, Ruberto fu scelto come Maestro di casa dei principi forestieri per le nozze di Cosimo de' Medici con Maria Maddalena d'Austria. Nello stesso anno sposò Isabella de' Medici, appartenente a un ramo cadetto della famiglia granducale: un'unione che conferì alla famiglia un prestigio straordinario e l'accesso all'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Dal matrimonio nacquero dodici figli. La sua autobiografia manoscritta, conservata nell'Archivio Pepi e trascritta integralmente da R. Burr Litchfield nel volume Un mercante fiorentino alla corte dei Medici (Olschki, 1999), costituisce oggi un documento storico di prima grandezza.

Il 19 aprile 1751 segnò l'apice del riconoscimento istituzionale del casato: l'iscrizione nei Libri d'Oro con il titolo di "Nobili Patrizi Fiorentini, del quartiere di Santa Croce, del gonfalone del Lion Nero".


Il patrimonio immobiliare e araldico

Lo stemma dei Pepi — il palo d'argento su campo rosso — è il filo rosso che collega, nei secoli, le molteplici proprietà del casato e i luoghi della sua devozione. Si ritrova inciso su pilastri, lapidi, cappelle e tombe in tutta Firenze e nel contado: nella Chiesa di San Remigio (fondata nell'XI secolo), nella Cappella Pepi di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, nella tomba terragna della Basilica di Santa Croce — commissionata da Francesco di Chirico e restaurata nel 1621 da Ruberto Pepi, poi nuovamente nel 1912.

Il patrimonio immobiliare del casato comprendeva, nei secoli di massimo splendore, la Villa di Morulli (oggi Villa Bertolini Carrega) e la Villa di Rinieri a Careggi; la Villa Pepi di Vigliano e i poderi di Torre all'Isola e delle Cetine presso Rignano sull'Arno; diverse proprietà nella lega di Cornetole in Mugello. La data più significativa per la storia urbana è il 6 maggio 1653, quando Francesco Pepi acquistò da Lucrezia Serragli, vedova Pucci, il Palazzo Berlinghieri in via dei Bonfanti. Da quel giorno la famiglia vi dimorò stabilmente, e nel corso dell'Ottocento la via cambiò nome, diventando l'attuale via dei Pepi, che si chiude sull'asse prospettico di Piazza Santa Croce.

Le riforme napoleoniche di inizio Ottocento — con l'abolizione del Fedecommesso — produssero la frammentazione del patrimonio immobiliare e la vendita dei poderi, ripartiti tra i diversi rami familiari. Ciò che rimase unito, seguendo la linea di discendenza diretta, fu il patrimonio documentario: l'Archivio di famiglia.


L'Archivio Pepi: memoria viva come risorsa culturale

All'interno del piano nobile di Palazzo Pepi, custodito in un mobile rinascimentale, si conserva l'Archivio della famiglia Pepi: una raccolta eccezionale di 164 unità complessive, comprensive di 31 filze, 109 registri e 24 buste, con documentazione che copre un arco cronologico dal Cinquecento a oggi.

L'archivio è sopravvissuto a secoli di spostamenti, divisioni ereditarie e passaggi di proprietà. La sua continuità è dovuta alla tutela esercitata dalla linea maschile diretta, sino a quando, con l'assenza di eredi maschi, la custodia è passata a Maria Luisa Pepi, ultima discendente del casato e custode consapevole di questa memoria collettiva.

È stata Maria Luisa Pepi a commissionare, con l'affiancamento scientifico del Prof. Antonio Romiti (ordinario di Archivistica all'Università di Firenze), il riordinamento sistematico e la schedatura integrale dell'archivio, affidati a Riccardo Sacchettini. Il frutto di questo lavoro pluriennale è il volume L'Archivio della famiglia Pepi (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016): oltre settecento pagine di inventario analitico, corredato dalle presentazioni del Sindaco di Firenze Dario Nardella, del Prof. Antonio Romiti e del Prof. Giovanni Cipriani, nonché dal saggio araldico del Prof. Luigi Borgia, membro dell'Académie Internationale d'Héraldique.

Il volume — tirato in mille copie, depositate in tutte le biblioteche del territorio fiorentino per scelta esplicita di Maria Luisa Pepi — è stato presentato il 23 ottobre 2015 al Cenacolo di Santa Croce. Da allora è diventato il punto di partenza per visite guidate, incontri accademici e collaborazioni con le principali istituzioni culturali cittadine: l'Università di Firenze, gli Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini, il Coro di Santa Croce, l'associazione Città Nascosta.

Il figlio di Maria Luisa, Alberto Balestreri, economista e già direttore dell'ufficio studi della Banca Popolare di Milano, ha inquadrato con precisione il valore strategico del patrimonio archivistico:

«Un archivio da "banchieri": che attesta la serietà e la disciplina di una famiglia che ha amministrato per molti secoli i propri beni — e quelli di molte altre nobili famiglie fiorentine — sulla base della fiducia che ha saputo costruire nel tempo e della correttezza del proprio operato, correttezza che deve essere possibile dimostrare conti alla mano; che è stato alimentato e difeso per centinaia di anni, come se fosse più una "cassaforte di valori" che un archivio di documenti amministrativi.»

La figlia Cristina Balestreri, diplomata in pianoforte e compositrice, fondatrice dell'Atelier Pepi Studio e della prima linea italiana di abbigliamento da ballo "Pepi Tango", cura l'aggiornamento del sito web www.archiviopepi.it, garantendo la divulgazione digitale del patrimonio familiare.


I luoghi della memoria: un percorso epigrafico nella città

Accanto all'archivio documentario, la famiglia Pepi ha lasciato nella topografia di Firenze e del contado un sistema di segni fisici — lapidi, cappelle, stemmi — che compone un itinerario storico di grande interesse culturale e turistico.

La tomba terragna nella Basilica di Santa Croce, commissionata da Francesco di Chirico, costituisce il nucleo più antico: in marmo bianco di Carrara, verde di Prato e rosso di Verona, reca l'iscrizione circolare Franciscus i(uris) c(onsultus) familiae peporum instaur(andum) curavit ed è rimasta la sepoltura principale del casato fino all'editto napoleonico del 1804, che impose la traslazione dei cimiteri fuori dalle mura urbane.

A Careggi, sul fianco della chiesa di San Piero, sopravvivono due epigrafi di straordinaria intensità umana: quelle di Marianna Pepi (1819–1833), morta a soli quattordici anni, e della madre Luisa Niccolini nei Pepi (1796–1845). Le iscrizioni, commissionate dal padre e marito Bernardo Pepi, testimoniano con rara commozione il lutto privato e la sensibilità religiosa della famiglia ottocentesca.

L'Oratorio di Vigliano (eretto nel 1737 per volere di Giovanni Pepi, nobile fiorentino, in onore di Sant'Antonio da Padova, poi trasformato in cappella mortuaria), la Cappella Pepi del Cimitero delle Porte Sante a San Miniato, con dodici lapidi e diciannove sepolture, completano il quadro di un percorso devozionale e memoriale che si articola dall'XI secolo ai giorni nostri.

A chiudere il cerchio di questo percorso urbano c'è il tabernacolo della Madonna di San Giovannino, all'incrocio tra via dei Pepi e via Ghibellina: opera del XIX secolo in un'edicola del XVI, restaurato nel 2012 per iniziativa di Maria Luisa Pepi, con dedica alla città di Firenze. Una presenza discreta eppure eloquente, nel cuore del quartiere di Santa Croce.


Un modello di valorizzazione del patrimonio culturale privato

La storia della famiglia Pepi non è solo una vicenda di memoria familiare: è un caso esemplare di come un patrimonio privato — archivistico, immobiliare, araldico, spirituale — possa diventare risorsa culturale condivisa, aperta alla ricerca, alla didattica, al turismo di qualità.

La scelta di Maria Luisa Pepi di investire nel riordinamento scientifico dell'archivio, di renderlo consultabile, di presentarlo pubblicamente e di distribuirne il volume nelle biblioteche cittadine, rappresenta un modello virtuoso di responsabilità culturale delle famiglie storiche. Un modello che guarda al futuro mantenendo lo sguardo fermo sul passato: come ha ricordato Alberto Balestreri, la vera ricchezza di questo archivio non è nei documenti in sé, ma nella fiducia e nella correttezza che essi attestano — valori che, in ogni epoca, costituiscono il fondamento di ogni impresa e di ogni comunità.


Riccardo Sacchettini è archivista e storico, autore del volume L'Archivio della famiglia Pepi (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016), realizzato con il contributo esclusivo di Maria Luisa Pepi e la collaborazione dell'Università degli Studi di Firenze e dell'Istituto Storico Lucchese.

 

 

The Pepi Family: Memory, Identity and Cultural Heritage in the Heart of Florence

by Riccardo Sacchettini


Origins: A House Built on Trade and Political Power

The roots of the Pepi family reach back to the eleventh century, when a founding ancestor known as "Pepe" laid the foundations of what would become one of the most enduring and influential dynasties in medieval and Renaissance Florence. The very surname tells an entrepreneurial story: according to a well-established tradition, the Pepis were originally from the island of Cyprus and held a monopoly on the pepper trade in the city — pepper being among the most precious commodities of the medieval economy. Some scholars have even proposed family connections with two giants of Italian art: Cimabue (born Cenni di Pepo, 1240–1302) and Sandro Botticelli (Alessandro di Mariano Filipepi, 1445–1510).

In the Florence of communes and factions, the Pepis aligned themselves with the Guelf cause, joining — as many mercantile families did — the Torre dei Consorti on the Lungarno Acciaiuoli, a shared tower belonging to eighteen households, among them the Baldovinetti, the Adimari and the Mannelli. It was in public life, however, that the family truly came into its own: during the Florentine Republic, members of the Pepi house sat on the Signoria no fewer than twenty-nine times — twenty-five as Priori and four as Gonfalonieri di Giustizia, beginning with Neri di Pepe in 1301.

The most politically consequential figure of the family was Francesco di Chirico di Giovanni Pepi, jurist, twice Prior, twice Gonfaloniere di Giustizia, Ambassador of the Republic to Emperor Maximilian (1496) and to Pope Julius II (1506). During the constitutional debates of the Savonarolan era, he was among the principal architects of a bold proposal: the creation of a Senate of two to four hundred members to curtail the authority of the Great Council, securing a stable role in government for the leading houses of the city. Though not immediately enacted into law, the plan charted the course for Florence's future constitutional settlement.


The Rise: Marriage Strategy and Entry into the Medicean Elite

As Medicean power consolidated and the Signoria gradually transformed into a Grand Duchy, the Pepis adapted their strategy accordingly, weaving a network of matrimonial alliances with the most prominent families of the Florentine scene: the Ridolfi, the Medici, the Gondi, the Pecori, the Grazzini, the Niccolini. This was a deliberate and far-sighted policy, one that transformed the family's relational capital into a structural resource and opened the doors to the highest offices in the territory.

The most emblematic case is that of Ruberto Pepi (1572–1634), a figure extensively studied by historians. Son of Ruberto senior and Dianora Ridolfi, he received a thorough literary education before being set on a commercial path through the Ricasoli bank. From there he embarked on a remarkable international career: four voyages to Alexandria in Egypt on behalf of the bank, followed — from 1598 — by his appointment as Scrivano di razione (Purser) in the galleys of the Order of Santo Stefano, by direct grant of Grand Duke Ferdinando I de' Medici. Missions to Algiers, Mallorca and Barcelona followed; then appointment as Lieutenant and Commissioner of the Galleys (1601–1603); and finally command of the galleon of Saint John the Baptist and Saint Ursula on voyages to Spain.

Returning to Florence in 1608, Ruberto was chosen as Master of Household for the foreign princes attending the wedding of Cosimo de' Medici and Maria Maddalena of Austria. That same year he married Isabella de' Medici, a member of a cadet branch of the Grand Ducal family — a union that conferred extraordinary prestige on him and his house and secured entry into the Order of the Knights of Santo Stefano. The couple had twelve children. His autobiographical manuscript, preserved in the Pepi Archive and transcribed in full by R. Burr Litchfield in the volume A Florentine Merchant at the Medici Court (Olschki, 1999), stands today as a historical document of the first order.

The apex of the family's institutional recognition came on 19 April 1751: inscription in the Libri d'Oro with the title of "Noble Patricians of Florence, of the quarter of Santa Croce, of the gonfalon of the Black Lion."


The Estate: Property and Heraldic Identity

The Pepi coat of arms — a silver pale on a red field — is the thread that connects, across the centuries, the family's many properties and places of devotion. It appears carved on pillars, funerary slabs, chapels and tombs throughout Florence and the surrounding countryside: in the Church of San Remigio (founded in the eleventh century), in the Pepi Chapel at Santa Maria Maddalena de' Pazzi, and in the floor tomb at the Basilica of Santa Croce — commissioned by Francesco di Chirico, restored in 1621 by Ruberto Pepi, and again in 1912.

At its height, the family's real estate portfolio encompassed the Villa di Morulli (today Villa Bertolini Carrega) and the Villa di Rinieri at Careggi; the Villa Pepi at Vigliano and the farms of Torre all'Isola and Cetine near Rignano sull'Arno; and several holdings in the Cornetole district of the Mugello. The most significant date in the family's urban history is 6 May 1653, when Francesco Pepi purchased Palazzo Berlinghieri in Via dei Bonfanti from Lucrezia Serragli, widow Pucci. From that day the family settled there permanently, and in the course of the nineteenth century the street was renamed Via dei Pepi, its perspective closing on the axis of Piazza Santa Croce.

The Napoleonic reforms of the early nineteenth century — with the abolition of the fedecommesso (entail) — brought about the fragmentation of the real estate portfolio and the sale of the farms, divided among the various branches of the family. What remained intact, passing along the direct line of descent, was the documentary heritage: the family archive.


The Pepi Archive: Living Memory as Cultural Resource

On the piano nobile of Palazzo Pepi, preserved in a Renaissance cabinet, lies the Archive of the Pepi Family: an exceptional collection of 164 units in total — 31 bound volumes (filze), 109 registers and 24 folders — spanning a chronological arc from the sixteenth century to the present day.

The archive has survived centuries of relocations, inheritance divisions and changes of ownership. Its continuity is owed to the stewardship exercised by the direct male line until, with the absence of male heirs, its custody passed to Maria Luisa Pepi, the last living descendant of the house and a fully conscious guardian of this collective memory.

It was Maria Luisa Pepi who commissioned the systematic reordering and complete cataloguing of the archive — undertaken with the scientific supervision of Prof. Antonio Romiti, Professor of Archival Studies at the University of Florence — and entrusted to Riccardo Sacchettini. The fruit of this multi-year effort is the volume The Archive of the Pepi Family (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016): over seven hundred pages of analytical inventory, accompanied by prefaces from Florence's Mayor Dario Nardella, Prof. Antonio Romiti and Prof. Giovanni Cipriani, and a heraldic essay by Prof. Luigi Borgia, member of the Académie Internationale d'Héraldique.

The volume — printed in a run of one thousand copies, deposited in every library in the Florentine territory at the express wish of Maria Luisa Pepi — was presented on 23 October 2015 at the Cenacolo di Santa Croce. It has since become the starting point for guided visits, academic seminars and collaborations with the city's leading cultural institutions: the University of Florence, the Friends of Florentine Museums and Monuments, the Santa Croce Choir, and the association Città Nascosta.

Maria Luisa's son, Alberto Balestreri — economist and former head of research at the Banca Popolare di Milano — has articulated with precision the strategic value of this archival heritage:

"An archive in the tradition of bankers: one that attests to the seriousness and discipline of a family which administered its own assets — and those of many other noble Florentine families — for centuries, on the basis of trust built over time and the integrity of its conduct, an integrity that must be demonstrable in figures. It has been sustained and defended from every kind of risk and assault for hundreds of years, as though it were more a vault of values than an archive of administrative documents."

His sister Cristina Balestreri, a graduate in piano and composition, founder of the Atelier Pepi Studio and creator of Italy's first dancewear line "Pepi Tango," manages the website www.archiviopepi.it, ensuring the digital dissemination of the family's heritage.


Places of Memory: An Epigraphic Trail Across the City

Alongside the documentary archive, the Pepi family has left across the topography of Florence and its surroundings a system of physical traces — inscriptions, chapels, coats of arms — that together map out a historical itinerary of considerable cultural and touristic interest.

The floor tomb in the Basilica of Santa Croce, commissioned by Francesco di Chirico, forms the oldest nucleus: in white Carrara marble, green Prato stone and red Verona marble, it bears the circular inscription Franciscus i(uris) c(onsultus) familiae peporum instaur(andum) curavit and remained the family's principal burial place until Napoleon's edict of 1804, which required cemeteries to be moved outside city walls.

At Careggi, on the flank of the Church of San Piero, two inscriptions of extraordinary human depth survive: those of Marianna Pepi (1819–1833), who died at just fourteen years of age, and of her mother Luisa Niccolini Pepi (1796–1845). Commissioned by husband and father Bernardo Pepi, the epitaphs convey with rare emotion the private grief and religious sensibility of a nineteenth-century noble family.

The Oratory at Vigliano — built in 1737 at the behest of Giovanni Pepi, Florentine nobleman, in honour of Saint Anthony of Padua, and later converted into a mortuary chapel — and the Pepi Chapel at the Porte Sante Cemetery at San Miniato, with its twelve funerary slabs and nineteen burials, complete a devotional and memorial itinerary that stretches from the eleventh century to the present day.

The circle closes at the Tabernacle of the Madonna of San Giovannino, at the corner of Via dei Pepi and Via Ghibellina: a nineteenth-century work set within a sixteenth-century niche, restored in 2012 on the initiative of Maria Luisa Pepi and dedicated to the city of Florence. A discreet yet eloquent presence, in the heart of the Santa Croce quarter.


A Model for the Valorisation of Private Cultural Heritage

The story of the Pepi family is not merely a tale of family memory: it is an exemplary case of how private heritage — archival, architectural, heraldic, spiritual — can become a shared cultural resource, open to research, education and quality tourism.

Maria Luisa Pepi's decision to invest in the scholarly reordering of the archive, to make it accessible, to present it publicly and to distribute the resulting volume throughout the city's libraries represents a model of cultural responsibility among historic families. It is a model that looks to the future while keeping its gaze firmly fixed on the past: as Alberto Balestreri has recalled, the true wealth of this archive lies not in the documents themselves, but in the trust and integrity they attest — values which, in every age, form the foundation of every enterprise and every community.


Riccardo Sacchettini is an archivist and historian, author of the volume The Archive of the Pepi Family (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016), produced with the sole financial support of Maria Luisa Pepi and the collaboration of the University of Florence and the Istituto Storico Lucchese.

 

Per informazioni e richieste scrivere al seguente indirizzo:

archiviopepi@gmail.com

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Archivio Pepi | Archivio storico della famiglia Pepi – Firenze dal XI secolo

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